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 Andrea Mantegna

Andrea Mantegna

Andrea Mantegna - Isola di Carturo presso Vicenza 1431 – Mantova 1506  

 

L’adolescenza e la formazione artistica di Mantegna vengono narrate dalle fonti secondo i classici canoni dell’enfant prodige. Figlio di un modesto falegname, Andrea a dieci anni o poco più entrò nella “stravagante” bottega di Francesco Squarcione, a Padova. “Tutto ciò che avvenne tra Padova e Ferrara e Venezia tra il ’50 e il ’70 - scriveva Roberto Longhi - ebbe la sua origine in quella brigata di disperati vagabondi, figli di sarti, di barbieri, di calzolai e di contadini, che passò in quei venti anni nello studio dello Squarcione”. La presenza di una gloriosa università, il gusto per l’antichità classica inaugurato da Petrarca e sostenuto dalle ricerche archeologiche, la nobile tradizione artistica ereditata dal Trecento ne facevano un punto di attrazione gli artisti non solo dell’Italia settentrionale. Dotato di un talento precocissimo, a diciassette anni pare abbia eseguito la Pala di Santa Sofia (distrutta nel XVII secolo). La decorazione della Cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani (gravemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale), dove lavorò dal 1449 al 1456, ne sancì la fama. Vi si legge un rigoroso senso dell’antico, che si traduce in forme monumentali e severe, anche nell’accurata ripresa di iscrizioni latine. Nella Pala di San Zeno (1457-1459) per l’omonima basilica a Verona, ambientata in un cortile quadrangolare, Andrea accentuò l’effetto illusionistico e prospettico, addolcito da una più attenta fusione di luce e colore. Nel 1453, grazie alle nozze con Nicolosia Bellini, figlia di Jacopo e sorella di Gentile e di Giovanni, l’artista si legava alla più potente famiglia di pittori Veneziani. Nel 1456, Ludovico Gonzaga, marchese di Mantova, chiamò l’artista alla sua corte, dove si stabilì nel 1459, dando vita a quello che è considerato il suo capolavoro. La cosiddetta Camera degli Sposi, terminata nel 1474, è costituita da un piccolo ambiente con funzioni di rappresentanza, interamente affrescato. Finti tendaggi di broccato si aprono per mostrare la famiglia Gonzaga e i cortigiani e l’incontro tra Ludovico e il figlio cardinale Francesco. Il gioco illusivo tra spazio reale e spazio dipinto culmina nell’oculo in scorcio della volta. Protetto dai Gonzaga, l’artista, a capo di una fiorente bottega, eseguì cartoni per arazzi, modelli di oreficeria e le nove grandi tele raffiguranti i Trionfi di Cesare, conservate a Hampton Court, secondo Vasari “la miglior cosa che lavorasse mai”. Di controversa datazione è il Cristo morto della Pinacoteca di Brera (1500 circa), fortemente scorciato, dipinto forse per la propria cappella funeraria nella chiesa di Sant’Andrea a Mantova e citato nell’inventario degli oggetti di casa steso dal figlio di Mantegna alla morte del padre. Alla grande fortuna di Mantegna presso i contemporanei e gli artisti delle generazioni successive contribuirono in modo determinante le incisioni di soggetto sacro e profano, considerate tra i capolavori della grafica del Cinquecento.    

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