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 Federico Fellini

Federico Fellini

Federico Fellini - Rimini, 1920 – Roma, 1993

 

Dopo essere scappato di casa all`età di dodici anni per lavorare al circo, frequenta il liceo classico a Riminiprocurandosi i primi guadagni come caricaturista di attori celebri e villeggianti. Nel 1938 si trasferisce a Roma con la madre collaborando con vari giornali satirici. Prima dello scoppio della guerra stringe amicizia con Aldo Fabrizi scrivendo per lui testi di spettacoli e sketch radiofonici. Nel 1941 inizia a comporre copioniper l’Eiar (nei cui studi incontra Giulietta Masina, che sposa nel 43) e, con l’aiuto di Fabrizi, dà il via alla sua avventura nel cinema come soggettista e sceneggiatore di grandi film, tra cui "Roma città aperta" (1945) e "Paisà" (1946). Aiuto regista con Pietro Germi e Alberto Lattuada, firma la sua prima regia nel 1950 con “Luci del varietà” contaminando il neorealismo allora imperante con il suo spirito surreale. Nel successivo "Lo sceicco bianco" (1952), che segna l’avvio del fortunato sodalizio con il compositore Nino Rota, si allontana dalla tradizione neorealista disegnando i suoi primi personaggi sospesi tra il fantastico e l`ironico. L`anno dopo sigla il suo primo successo, “I Vitelloni”, che vince il Leone d`Oro a Venezia. Gli anni seguenti lo consacrano nell’olimpo dei grandi, grazie a una serie di capolavori: da "La strada" (1954) a "Le notti di Cabiria" (1957), che gli valgono la conquista di due Oscar; da "La dolce vita" (1959), Palma d`oro al Festival di Cannes, a "8 e 1/2" (1963) che gli garantisce un terzo Oscar. Protagonista assoluto degli ultimi due titoli è Marcello Mastroianni, che diviene l`attore preferito del regista. Dopo alcuni film dall’esito più controverso, il 1973 è illuminato dall’uscita di "Amarcord", quarto e ultimo Oscar di Fellini, seguito nel 1976 da "Il Casanova". I lavori del decennio successivo riscuotono un successo minore segnando un calo di ispirazione. Nel 1990 giunge l’ultimo film testamentario del grande cineasta: "La voce della luna", una riflessione poetica sull’assurdità del presente che si chiude con un sommesso invito al silenzio.

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