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Ipazia

 Ipazia

Ipazia - Alessandria d`Egitto, 370 circa – 415

 

Antesignana della scienza sperimentale, filosofa, matematica, astronoma, astrologa e iniziata, Ipazia visse ad Alessandria d`Egitto sotto la dominazione romana nel quarto secolo dopo Cristo andando incontro al martirio per proteggere dal fanatismo religioso il sapere e la libertà di pensiero. Introdotta agli studi scientifici dal padre Teone (matematico, astronomo e filosofo), operò nella biblioteca di Alessandria d’Egitto, il tempio in cui era custodito il sapere dell’umanità prima che gli imperatori romani mettessero fine con una serie di editti alla libertà di pensiero del mondo ellenistico. Secondo le testimonianze dell’epoca fu autrice di numerose opere, andate tutte perdute. Tra queste, un Commentario sull`Aritmetica di Diofanto di Alessandria e un Commentario sulle Coniche di Apollonio di Perga. Una delle discipline in cui si distinse maggiormente fu l`astronomia. Lo storico Filostorgio le attribuì interessanti scoperte sul moto degli astri, divulgate in un testo intitolato Canone astronomico. In mancanza dei suoi scritti, tuttavia, non è possibile accertare il suo effettivo contributo al progresso del sapere matematico e astronomico. Oltre che una grande studiosa, Ipazia fu anche una coltissima filosofa. Socrate Scolastico parlò di lei come della terza caposcuola del platonismo, dopo Platone e Plotino. Alla guida della scuola filosofica di Alessandria, Ipazia si dedicò alla divulgazione della conoscenza anche fra la gente comune. Quando il terzo editto del 391 dell`imperatore Teodosio dette il via a una recrudescenza delle persecuzioni anti-pagane, il vescovo Teofilo pianificò ad Alessandria una sistematica campagna di distruzione dei templi innescando una serie di iniziative di repressione religiosa che portarono anche all’incendio da parte dei cristiani della biblioteca alessandrina (assieme a quelle di Atene, Pella, Antiochia ed Efeso). Nel 412 Teofilo fu sostituito dal nipote Cirillo, che divenne patriarca di Alessandria. In nome delle nuove verità rivelate, il paganesimo fu dichiarato fuorilegge e la nuova religione proibì a tutti, vescovi compresi, di studiare Aristotele, Euclide, Tolomeo e Pitagora. Ipazia, tuttavia, sfidò le massime autorità ecclesiastiche continuando nella sua opera di insegnamento del sapere. Finché, nella primavera del 415, una banda di monaci cristiani la catturò per strada trascinandola in una chiesa, dove fu denudata e smembrata viva con tegole aguzze. Cavati gli occhi, il suo corpo fu trascinato per le vie d’Alessandria, fatto a pezzi e  bruciato insieme alla spazzatura. Socrate Scolastico, teologo e storico della Chiesa, riportò nei suoi scritti che un gruppo di cristiani “dall`animo surriscaldato, (…) tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l`ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brani del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli.” Essendo l’imperatore Teodosio II all’epoca ancora un ragazzo minorenne, la paternità della feroce esecuzione venne attribuita al vescovo Cirillo, dichiarato in seguito santo e dottore della chiesa cattolica. Lo stesso Agostino, (anch’egli santificato), definì la vittima una “immondizia”. Dopo l`assassinio, gli allievi di Ipazia abbandonarono la città, che perse per sempre il suo ruolo di centro culturale.

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