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Tra gli artisti che negli anni settanta riabilitarono l’ex pastificio Cerere in via degli Ausoni, a San Lorenzo, trasformandolo in una delle realtà più vivaci dell’arte, c’è Marco Tirelli. Insieme a Ceccobelli, Dessì, Gallo, Nunzio e Pizzi Cannella diede vita alla Nuova scuola romana, la terza protagonista dell’arte italiana dopo la Transavanguardia e l’Arte povera. Quello che colpisce, in Tirelli, è la coerenza artistica e la capacità di evolvere tenendo lo sguardo fisso su un unico punto, all’orizzonte del proprio percorso artistico. La sua produzione è cambiata molto, ma è rimasta sempre fedele alle premesse degli anni settanta, forse per la capacità di astrarsi, “volare in alto” e guardare al mondo con distacco creativo. Astratto e figurativo si fondono. La forma e la luce riescono, da sole, a declinare il mondo rappresentabile in infinite combinazioni. Il silenzio, come l’ombra, è la condizione necessaria per creare e osservare. È l’assenza che, anche in pittura, valorizza la presenza di forma e colore. Il resto lo racconta Tirelli.
Marco Tirelli, Macro Testaccio, Roma, fino al 13 maggio